Water Climbing School? E’ divertimento!

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Anche chi sembrava scoraggiato inizialmente ha ammesso di essersi divertito. Il segreto? Scopriamolo con i due racconti divertenti di una coppia di arrampicatori, Piergiorgio e Annamaria…

Si roccia sotto l’acqua, o per dirla in italiano moderno: Water Climbing Shool. Racconto a due voci della piovosa estate Dolomitica 2014

L’Nein (Piergiorgio)

Cosa fare nella stagione estiva più piovosa degli ultimi cinquant’anni, quando si è deciso di trascorrere le agognate ferie nelle ancora più agognate vallate ladine? E quando, anche se ci si rassegnasse ad andare a funghi, le basse temperature fanno si che della materia prima per questo ripiego, neppure l’ombra?

Si ricorre al più classico dei passatempi dell’alpinista: il racconto epico ed enfatico, che spesso sconfina nella millanteria. Al caldo, davanti ad un buon bicchiere di rosso e in buna compagnia è facile fare programmi futuri di vie mitiche e difficilissime, sentirsi e proclamarsi all’altezza di vie e alpinisti che sono, a ragione,  ormai nel mito.

Le vecchie volpi dell’ambiente sanno bene quando e soprattutto con chi è il caso di calare le arie o di tacere del tutto. Una di queste sere così, non essendo abbastanza vecchio oppure  reso enfatico dal vino, mi è capitato di spendere  una mezza parola con Nicola, guida alpina ben nota per prendere sul serio ogni cosa abbia anche solo vagamente a che fare con la roccia.

Quando poi la mezza parola riguarda le Meisules dala Biesces, mitica placconata dei gardenesi, famosa per la scarsità di protezioni e la strettezza dei gradi, ci si rende conto al risveglio di aver pronunciato mezza parola di troppo. Così, una mattina livida e scurita da nuvoloni gonfi di  acqua a stento trattenuta, mi sono ritrovato a salire in macchina con Nicola e Vito, un altro che evidentemente deve essersi lasciato prendere dall’entusiasmo mediato dall’alcol in una occasione sbagliata, verso il passo Gardena.

L’avvicinamento è per pratoni, ben irrigati, che infradiciano già scarpe e pantaloni ben prima di giungere all’attacco. Attaccato per un diedro stretto di dimensioni e di grado, dopo un traverso parzialmente su erba e fango, seguono i tiri impegnativi, tra strapiombi, placche, buchi e fessurine.  Con l’asciutto deve essere veramente una arrampicata divertente, tecnica e da cercare. Con la roccia umida come oggi anche da secondi la concentrazione spesa  aevitare di scivolare rende psicologicamente impegnativo il tutto.

Mentre Nicola è impegnato sul tiro chiave inizia  pure a piovere e devo dire che per la prima volta lo vedo impegnato veramente, ma raggiunge la sosta senza problemi, anche se la pioggerellina si trasforma in pioggia insistente.

Quando tocca a me, dopo i primi movimenti, mi accordo di salire stringendo eccessivamente, e senza reale motivo, gli appigli. Nonostante l’acqua, la gomma delle scarpette sulla dolomia fa ugualmente presa, una volta posizionati i piedi a dovere. L’uniformità del colore delle roccia dovuto al bagnato rende più difficile riconoscere la sequenza di buchi migliore per le mani e uniforma l’apparenza degli appoggi, i quali vanno più intuiti che visti.

Alla sosta, io e Vito concordiamo che avremmo volentieri chiuso qui la faccenda e buttato giù le doppie. Proviamo a dirlo a Nicola, visto che non sembra considerare la cosa. Addirittura concordiamo di aumentargli l’ingaggio se avessimo terminato prima la via. Nemmeno a dirlo, ovviamente prosegue per il tiro successivo. Conoscendolo bene non mi sorprende e so che non lo fa (solo) per deontologia professionale,  ma proprio perché si diverte. D’altronde, dopo la Sud della Marmolada fatta sotto il temporale e la grandine la settimana precedente, oggi in confronto deve sembragli addirittura bel tempo.

Comunque il tiro è magnifico, per me il più bello della via e uno dei più belli che abbia mai fatto, almeno sul Sella: una incredibile sequenza di buchi e svasi su una placca compatta e finalmente non del tutto verticale che permette di salire di intelligenza. In un punto, a circa metà placca, mi accorgo che se mi sposto anche solo mezzo metro dalla linea di salita migliore (e non è facile vederla)  non salgo proprio perché le difficoltà aumentano di almeno un grado pieno.

Giunti al termine della via, una bella sequenza di doppie dritte e ben distese ci porta rapidamente all’attacco e da lì in breve alla macchina, non senza scivolate e infradiciamento finale lungo i prati percorsi in salita.

La giornata si conclude, come da tradizione, con lo strudel preso al banco in un affollatissimo Gerard. Bagnati ma soddisfatti.

 Continua…