La Water Climbing School secondo Annamaria

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Continua il racconto con Annamaria…(proprio divertente!)

Si roccia sotto l’acqua, o per dirla in italiano moderno: Water Climbing Shool. Racconto a due voci della piovosa estate Dolomitica 2014

Cinque Torri (Annamaria)

Ecco, un’altra estate di sola montagna. E pure sempre sotto l’acqua. Avrei preferito una volta tanto una bella spiaggia al sole, in un posto nuovo, ma con lui non c’è verso, montagna sempre e solo montagna.

E dire che avrei dovuto capirlo, cosa attendersi da uno che ai primi appuntamenti ti porta in cima Tosa? In cima proprio, intendo: una roba che si cammina due giorni e si dorme pure in una soffitta di un rifugio con le coperte puzzolenti!  Bel concetto di posto romantico, no?

Comunque sia,  qua siamo. Me ne faccio una ragione e provo ad unirmi ai due assatanati che vanno ad arrampicare lasciandomi qui da sola. Non senza contare che ormai ho letto tutta la valigia di libri che ci siamo portati e pure le riviste tedesche di pettegolezzi.

Quasi al termine della vacanza si presenta l’occasione: non piove, c’è addirittura un timido accenno di sole. Decido quindi di unirmi ai due ‘ragazzi’ che mi hanno preceduto la mattina quando ancora il tempo era incerto alle Cinque Torri. Male che vada, l’avvicinamento è cortissimo e il rifugio, più simile ad un ristorante/hotel, è vicino e accogliente. E meno male perché facciamo appena in tempo a ricongiungerci che comincia a piovere, sempre più forte. Più si insiste a scrutare il cielo, più forte piove. Dirotto quindi i miei due uomini verso una sana mangiata al rifugio, specialità nella quale sono alla loro pari, anzi di sicuro superiore a Nicola: salirà pure vie dal grado di difficoltà a due cifre ma al secondo piatto di polenta non ci arriva!

Mangiamo, bevono (loro) e ciacoliamo, in omaggio alle comuni origini venete. Nessuno parla più di arrampicare, ma solo dei programmi per la serata.

Finalmente, ci avviamo in discesa verso il parcheggio, dimentichi dei propositi originari o solo rassegnati al ritorno. Ma, a pochi minuti dal parcheggio, la pioggerellina smette e le nubi si aprono quanto basta a risvegliare la voglia di roccia del marito e l’orgoglio professionale della guida alpina Nicola.

Si inverte il cammino e si punta verso la torre più vicina. Sarebbe più ragionevole girare gli scarponi e tornare al parcheggio, ma ora la ragionevolezza dei miei aguzzini-compagni di gita è rimasta al rifugio. Decido di assecondarli per il solo primo tiro, contando sulla pioggia e su una rapida, invitante doppia una volta ben bagnati.

Speranze deluse, ecco invece cosa è successo:

Primo Tiro. Nicola si prepara e attacca la via. Sale più lentamente rispetto al suo standard: normalmente arrampica veloce quanto me in bicicletta, oggi soltanto come una marcia a passo veloce. In breve tocca a noi, anzi a me. La roccia è bagnata, fredda, le scarpette scivolano, c’è fango dappertutto e gli appigli sono colmi d’acqua. Proviamoci pure ma arrivati in sosta si scende, chiaro?  Lo dico forte, per non lasciare illusioni agli aguzzini.

Secondo Tiro. Lo sapevo: insistono! Pare che la sosta non sia sicura per la doppia (pensano che me la beva? Ci siamo bellamente attaccati in tre e non sarebbe sicura?), sarebbe più semplice scendere dall’altra parte (ho notato benissimo che la torre su cui siamo pare la torre di Pisa, l’altra parte è quella a strapiombo, altro che più facile!). Comunque non ho scelta, salgo maledicendo il momento in cui li ho raggiunti.  Stavolta pulisco le scarpette e guardo meglio dove mettere i piedi, scelgo le prese meno bagnate, evito di infilare le dita in buchi viscidi. Però! Si sale ugualmente. Le scarpette non scivolano più. Insomma non è poi impossibile. Certo comunque divertente non è.

Terzo Tiro. Adesso ricorrono alla scusa che è più breve salire piuttosto che scendere ( e grazie, potevamo anche scendere prima no?). In più ha ricominciato a piovere, non fortissimo ma abbastanza per bagnare anche qui pochi centimetri rimasti asciutti. Tanto vale sbrigarsi a finirla, non protesto più e spero solo che ci si sbrighi. Quando tocca a me, salgo di corsa, seguo i tratti più facili ziz-zagando rispetto alla linea della corda, stando alla larga dai tratti di roccia nera-nera. Mi contento di un grigio scuro-scuro, segno di bagnato ma non di lichene.  La parete si fa verticale, ma in compenso non presenta più le fastidiose vaschette colme d’acqua. Acquasantiere, mi hanno detto che si chiamano in gergo e in queste condizioni devo dire che il nome è più che appropriato. Solo che l’acqua non è benedetta, ma sicuramente maledetta, se non altro a causa delle mie imprecazioni. Arrivo in sosta e devo ammettere (ma senza darlo a vedere, ovvio) che mi sono quasi divertita. Quasi, eh!

Quarto Tiro Adesso non hanno più bisogno di scuse, lo vedo da me che la via più breve per la doccia calda passa per la vetta. Non appena giunge il comando, salgo ancora più velocemente, a tratti anche più velocemente di quanto Nicola recuperi la corda. Stavolta è divertente, forse perché è più facile del tiro precedente o forse solo perché so che ogni metro salito è in realtà un metro in meno verso la via del ritorno e un posto caldo e asciutto.

La cima. Raggiungo in breve la minuscola e bellissima cima. Non si vede granché, nebbia e pioggerellina nascondono il panorama, ma contribuiscono molto a generare una sensazione di sospensione. Siamo in uno dei posti più frequentati e noti delle Dolomiti ma pare proprio di essere soli in un paese sconosciuto, esotico. Un pino solitario giusto sullo spuntone più a strapiombo completa la sensazione di stare in giardino giapponese, quelli da calendario, con rocce e alberi contorti.

Discesa. Chissà perché insistono a chiamare questo sentierino  a sbalzo sullo strapiombo cengia. Una persona normale, non alpinista, lo chiamerebbe cornicione. Infatti è in tutto e per tutto simile al cornicione di un palazzo, pure alla stessa altezza dal suolo. Fortunatamente non ho mai sofferto di vertigini, sto solo attenta a come mi muovo e arrivo, sempre assicurata (con la corda) e rassicurata ( a parole) da Nicola, al punto di calata sul lato strapiombante della Torre.  Mi vestono con i soliti icoli e mi lancio nella discesa in doppia. Ne ho già fatte molte, ma questa è veramente emozionante, già un metro sotto la sosta mi trovo  a penzolare e ruotare nel più completo vuoto, la parete si allontana sempre più e tocco terra parecchi metri lontano dalla stessa. Stavolta non riesco  a trattenere la mia soddisfazione e se ne accorgono pure i miei compagni di cordata, che mi fanno confessare di essermi divertita un sacco.

Anche se sono ormai completamente bagnata e infreddolita, soddisfatta mi avvio verso la macchina, lasciando gli uomini a recuperare le corde e fare gli zaini, sia per dovere cavalleresco che come punizione per avermi inflitto questa evitabile lavata.

Ma so già di averli perdonati e che la prossima volta mi fregheranno ancora.

Conclusioni (Annamaria e Piergiorgio).

Abbiamo scoperto solo da poco di aver partecipato in quei giorni, in realtà, ad un esperimento del perfido Nicola, che ha voluto ingaggiare un paio di suoi clienti nella nuova specialità da lui ideata: la Water Climbing School. E’ probabile allora che abbia organizzato le giornate e la località delle uscite  in corrispondenza del passaggio della perturbazione, in modo da assicurarsi la materia prima per questa neonata specialità. C’è da dire che se anche l’anno prossimo sarà brutto come il 2014, la nuova scuola avrà molto successo. Noi, però, ce ne andremo al mare.