Un anno di arrampicata. Il racconto di Andrea.

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“Mi avvicino all’arrampicata in primis con il “naso”, quello che tengo appoggiato alla vetrata del King Rock fin che aspetto le mie bimbe durante i corsi. Conosciuto Nicola, spinto dalla voglia di affrontare durante l’estate qualche via normale sulle Dolomiti in sicurezza, gli chiedo di farmi provare ad arrampicare.

Quasi subito capisco che le mie doti da climber sembrano inversamente proporzionali al mio entusiasmo. Nonostante ciò, a fine ottobre dello scorso anno affronto la mia prima via in montagna: la Via Freccia alla prima Torre del Sella. Da neofita penso, durante la salita, di fare a Nicola domande che, temo, diranno in seguito tristemente abituali: ma i piedi devono far così male? ….sicuri della sosta? …non si poteva far più comoda?… il grado è solo quello indicato?
Alla fine della giornata intuisco però che l’arrampicata in montagna può – e forse nel mio caso deve – trascendere in parte dall’aspetto tecnico-sportivo e concentrarsi anche su un approccio che prediliga il senso del sacrificio, della ricerca intima di un senso alla scalata.

Cominciano mesi in cui, agli allenamenti palestra, si affiancano giornate in montagna: ad Arco, sul Monte Cimo, sulle Dolomiti. Anche il clima asseconda la voglia di scalare: a Natale siamo sul Diedro Manolo ad Arco, festeggiamo l’ultimo dell’anno sulla via Decima in Moiazza.
Parlo ancora con Nicola di un’idea che da tempo ho in testa: provare a salire la N.O. del Civetta per la via Solleder. Lui affida la sua risposta al sorriso e a un silenzio che mi pare poco enigmatico e molto rispettoso….forse stavolta l’entusiasmo mi ha giocato un brutto tiro!

Le velleità vengono comunque già frenate il giorno successivo da un infortunio al ginocchio che mi allontanerà dall’arrampicata nei mesi successivi. Ci rivediamo ad aprile, e, da subito, mi accorgo di essere un bel po’ arrugginito. Ma, complice la bella stagione, si torna finalmente in montagna a scalare vie più lunghe: a luglio la Tissi alla Torre Venezia, che sul traverso mette alla prova i miei deboli nervi d’acciaio; in agosto sulla Messner in Marmolada, che mi lascia pieno di orgoglio ma con i polpastrelli abrasi per molto tempo.
Ricordo allora a Nicola il mio sogno e lui stavolta mi accorda, condizioni permettendo, la possibilità della Solleder.

Termina così questo “diario minimo”, con il racconto di una lunga giornata in cui la scalata si trasforma fin dall’avvicinamento in un viaggio attraverso la montagna. Un viaggio in cui, tiro dopo tiro, la corda si trasforma da strumento di assicurazione in mezzo di comunicazione fra me e Nicola che sa, senza bisogno di parole, sentire ansia, paura, fatica ma anche entusiasmo e grande gioia. Un viaggio in cui tutte le mie poche certezze combattono con camini bagnati, roccia buona e cattiva, caduta di pietre e un ambiente così maestoso da mettere soggezione.
Seduto da solo sulla cima, pieno di ammaccature, vengo premiato dall’improvviso aprirsi delle nuvole che mi regalano un tramonto settembrino di rara bellezza.
La discesa, con le poche energie rimaste, sembra non finire, ma me la godo appieno. A un tratto rallento per ammirare la visione della montagna illuminata dalla luna piena.

Sono passati dieci mesi dalla mia prima salita e oggi ho scalato la “mia” montagna.
Il viaggio continua”.

Andrea Lerco

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