Montagnaterapia e Alpinismo Umano

Alpinismo, Racconti | Commenti disabilitati su Montagnaterapia e Alpinismo Umano

La frequentazione della montagna aiuta, a detta degli operatori sociali coinvolti, a socializzare al di fuori della propria realtà routinaria, a misurarsi con se stessi e a riappropriarsi di uno stile di vita semplice e genuino. Queste esperienze hanno poi avuto riscontri positivi nelle dinamiche relazionali quotidiane dei gruppi coinvolti.

MONTAGNATERAPIA E ALPINISMO UMANO – di Tommaso Dusi

Con il termine montagnaterapia si intende un approccio ormai sperimentato che permette a soggetti provenienti da situazioni di disagio sociale o di disabilità psichica o fisica di trarre benefici tangibili dalla frequentazione della montagna.
Il progetto è nato nel 2003 in Trentino presso il Centro di Salute Mentale di Arco e si è espanso notevolmente in ambito nazionale.
A livello locale ho avuto il piacere di essere il responsabile dei tre progetti di Montagnaterapia veronese realizzati con il sostegno della Fondazione Cariverona nel 2011, 2013 e 2015 assieme agli operatori sociali Nadia Gobbo e Marco Salvetti.
Una parte del progetto é stato realizzato con adolescenti di un centro diurno provenienti da situazioni di disagio sociale. Abbiamo arrampicato al King Rock, nelle falesie veronesi, abbiamo fatto Canyoning nel Vajo dell’Orsa e gite di più giorni pernottando in rifugio (Monte Baldo, Catinaccio, Marmolada).
Con gli utenti più anziani di casa Ederle (una casa famiglia gestita dal Comune di Bussolengo) abbiamo fatto molte uscite giornaliere principalmente nel Veronese (Baldo e Lessinia) ma anche in Dolomiti (Val Venegia).
La frequentazione della montagna aiuta, a detta degli operatori sociali coinvolti, a socializzare al di fuori della propria realtà routinaria, a misurarsi con se stessi e a riappropriarsi di uno stile di vita semplice e genuino. Queste esperienze hanno poi avuto riscontri positivi nelle dinamiche relazionali quotidiane dei gruppi coinvolti.
Grazie a questi progetti, in occasione del VI Convegno Nazionale di Montagnaterapia tenutosi a Pordenone dal 16 al 19 Novembre 2016, sono stato invitato dal comitato organizzatore come referente per la Montagnaterapia veronese. L’oggetto del mio intervento verteva sulla presentazione dei progetti realizzati nel territorio scaligero, ma anche sul mio modo “umano” di vedere l’alpinismo. Gli organizzatori mi hanno invitato a seguire un filo logico che mi ha permesso di dare un senso più compiuto agli ultimi miei 10 anni di alpinismo.
Ero emozionato perché avevo davanti a me una platea di 200 persone, l’auditorio più grande davanti a cui avessi mai parlato.
Negli anni in cui lanciavamo il primo progetto di Montagnaterapia lavoravo ancora come avvocato di diritto del lavoro ed ero molto impegnato nella tutela dei diritti dei lavoratori.
In quel contesto emozionale, nel 2010 sono stato in spedizione in Nepal per scalare una delle montagne più belle del mondo: l’Ama Dablam.
Dopo un paio di settimane di acclimatamento in luoghi mistici ed incantevoli, ricordo di essermi trovato al campo base dell’Ama Dablam in preda ad un forte dilemma morale.
Conoscevo la legislazione nepalese  sui “portatori” e spesso non era rispettata: ragazzini troppo giovani con troppo peso.
La splendida montagna sopra di noi era imbrigliata di corde fisse da cui tirarsi su per l’intero itinerario chilometrico: non un “aiutino” per qualche decina di metri difficili, come mi aveva detto il capo-spedizione mentre eravamo in Italia.
Dopo giorni di conflitti interiori scaturiva serena la decisione: il fine per me non giustificava quei mezzi né per il trasporto dei miei pesi né per garantirsi la vetta.
Ho deciso di partire da solo per una valle desolata e, dopo tre giorni di freddo, fatica e difficoltà tecniche superiori alle aspettative, sono riuscito a scalare in solitaria una montagna di 5247m dalla forma piramidale, trovandomi spesso di fronte all’idea della rinuncia ma vedendo in essa l’essenza dell’alpinismo che mi era stata negata sull’Ama Dablam.
Dalla vetta ho ammirato l’Ama Dablam da una prospettiva unica che non avevo mai visto in foto: ho provato un forte senso di amore e di rispetto.
Poi ho preso vari contatti per capire di più sulla piramide che avevo scalato: l’Elisabeth Hawley Association, che certifica dagli anni ’50 le ascensioni alpinistiche in Nepal, mi ha consigliato di consultare gli archivi degli anni ’60 per vedere se c’erano state ascensioni in quei luoghi.
Il 09/12/2010 ho avuto il grande piacere di ricevere una mail da Mike Gill, primo salitore dell’Ama Dablam, che mi ha scritto :”…nell’inverno del 1960-1961 scalammo vari picchi lì attorno, incluso l’Ama Dablam. Nessuno di noi salì sulla tua piramide, quindi, per quanto ne sappia, la tua é la prima ascensione”.
Ho potuto dare alla piramide il nome che volevo: “Mayamama Peak”! E il nome della via? La “via del disertore” scappato da quella che per me era un’ingiustizia.
Il filo logico “umano” che ha condotto i miei passi in Nepal, è lo stesso che ho ritrovato in Argentina sul Cerro Torre (di cui vi parlerò prossimamente ne “La porta dei sogni”).
Questo filo logico “umano” consiste nel considerare le montagne come il frutto di un sogno condiviso con un caro amico, la culla di un rapporto personale con la natura e con altri esseri umani, nel rispetto reciproco. Giammai per me la montagna sarà la bramosia di raggiungere una vetta a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo”.

SCARICA IL RACCONTO IN PDF.

1-montagnaterapia-lessinia

Montagnaterapia – Lessinia

2-montagnaterapia-e-baldo

Montagnaterapia – Baldo

3-montagnaterapia-dolomiti

Montagnaterapia – Dolomiti

4-portatrici

Portatrici

5-enel

Enel

6-carichi

Carichi

7-carichi-come-bestie

Carichi come bestie

8-bestie-cariche

Bestie cariche

9-diserzione

Diserzione

10-vetta-mayamama

Vetta Mayamama

11-ama-dablam-da-mayamama

Ama Dablam da Mayamama

12-piramide-mayamama

Piramide Mayamama

13-relazione-tecnica-mayamama

Relazione tecnica Mayamama

14-cerro-torre

Cerro Torre